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Tiro con l’arco: nessun confine con il Mirino tattile

Anche in Calabria arriva il mirino tattile. Può sembrare impossibile la capacità di mirare un bersaglio alla distanza di 18 m in un ambiente chiuso e 30 metri per uno outdoor, per un non vedente, ma la mira, un corretto allineamento scheletrico da parte del tiratore e la corretta esecuzione del tiro con l’arco possono garantire la nomina di bravo arciere. Partendo, infatti, da tali basi si programmano gli allenamenti affinché se ne migliorino i punti di forza per un diversamente abile. Le difficoltà per un ipovedente sono maggiori rispetto ad un tiratore vedente, ma non rendono il lavoro impossibile. Firenze differentemente dal resto d’Italia, utilizza per i propri allenamenti la sincronia e l’orientamento della posizione dei piedi, da cui ne scaturisce una sequenza naturale senza alcun supporto meccanico. Un allenamento mnemonico. Così mentre a Firenze, i tiratori non vedenti sviluppano le proprie capacità partendo dal suggerimento tattile dei piedi, in Calabria l’istruttore di tiro con l’arco, Fabio Calabrò, approda con il mirino tattile. Già noto per essere presente sui campi di gara dal 1982, istruttore dal 1992, con innumerevoli podi e alcuni titoli regionali, sia individuali che in team. Qualificato ben due volte ai campionati italiani Indoor.

Egli stesso racconta la propria storia per i lettori di BeWoman:

“Un paio di mesi fa ricevetti la telefonata di una persona che voleva avere informazioni sul tiro con l’arco. Mi chiese informazioni dettagliate poiché chiamava a nome di un gruppo di amici. Parlando mi accorsi che era una persona con cui avevo già lavorato e che la loro particolarità fosse l’essere ipovedenti. Mi chiesero se conoscessi il mirino tattile e rimasero stupiti della mia risposta. Io stavo pensando di costruirne uno per me stesso. Io non sono ipovedente ma credo che il tiro con l’arco sia un sport dove le percezioni personali siano fondamentali, perciò il desiderio di “collaudare” tale strumento con me medesimo, per potermi concentrare completamente sulle mie emozioni e sensazioni. Iniziammo a lavorare insieme. Costruimmo anche un paio di mirini “volanti”, al fine di prendere dimestichezza con il sistema. Da coach, tutto questo mi sta aprendo un mondo diverso, adeguando le mie tecniche di insegnamento ai vari contesti, perché non si può solo simulare meccanicamente il tiro, a un ipovedente, si deve trovare il giusto modo di esprimersi attraverso il linguaggio verbale e non, facendo grande uso della “manipolazione”: posizionare le tue mani affinché possano guidare i loro gesti e le pose, come se stessi tirando con loro. Ravvisare una certa forza di volontà, l’impegno agonistico per obiettivi ben precisi e allo stesso tempo apprendere io stesso da loro, mi ripaga ogni giorno di tutti i sacrifici che saranno necessari per ottenere il massimo da tutti. Per meno non vale la pena allenarsi”

Categories:   Dal mondo, Social Woman

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